Associazione Interculturale Donne Assieme

27 gennaio giorno della memoria

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LA GIORNATA DELLA MEMORIA: QUANDO RICORDARE È UN DOVERE

Nel 2005 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha stabilito che il 27 gennaio di ogni anno si celebrasse la Giornata Internazionale per la Commemorazione delle vittime dell’Olocausto. Questo triste avvenimento viene quindi ricordato e raccontato in televisione, in radio, nelle scuole, con presentazioni di libri, mostre, visite guidate, conferenze, letture, cortei e film. Affinché la strage e la deportazione di milioni di Ebrei nei campi di concentramento nazisti mantengano intatte nella coscienza collettiva il giusto grado di orrore, è necessario infatti tenere viva la memoria. È stata scelta questa data perché il 27 gennaio 1945 le truppe dell’Armata Rossa irruppero nei campi di concentramento nazisti e spalancarono i cancelli di Auschwitz, svelando al mondo la vergogna degli abusi perpetrati nel luogo simbolo di quello strazio immane. Un posto, patrimonio dell’UNESCO dal 1979, il cui solo nome fa venire ancora oggi i brividi sulla pelle e nel cuore poiché qui, e in tanti altri lager, oltre 6 milioni di Ebrei furono uccisi dai nazisti nelle camere a gas o per le impossibili condizioni igieniche e di lavoro, le percosse, le torture, le malattie, la fame e criminali esperimenti medici.

Per cercare di comprendere tutto ciò (anche se è umanamente impossibile!), bisogna partire dall’inizio, ossia dall’aberrante ideologia su cui il nazismo fece leva per affermare, tramite false teorie scientifiche, la superiorità fisica e intellettuale della c.d. “razza ariana”, di cui i più “puri” rappresentanti sarebbero stati i popoli germanici. Sulla base di questi pregiudizi venne perseguito e attuato in modo sistematico un progetto di sterminio assurdo detto “Olocausto”,“Shoah”, “genocidio”,“massacro” o “persecuzione”. È difficile scegliere quale tra questi termini sia il più corretto e adatto. Sono tutti vocaboli che ci parlano di dolore e ingiustizie subite da vittime innocenti. L’Unione Europea è unita più che mai nel rispetto delle diversità. Studia e combatte la diffusione di stereotipi, pregiudizi e idee xenofobe. È necessario quindi trasmettere il ricordo di quei tragici eventi attraverso la divulgazione scolastica e la vigilanza. Anche se il silenzio sui crimini contro gli Ebrei e le vittime delle Foibe si è rotto, rimane il rischio di pericolose manipolazioni negazioniste con conseguente alterazione di fatti realmente accaduti e con la diffusione di nuovi casi di antisemitismo purtroppo sempre più frequenti sul web… Memoria, cultura e conoscenza vanno dunque coltivate per non ripetere gli errori di ieri e affinché quel passato non ritorni. Primo Levi in  Se questo è un uomo (1945 – 1947)  ha definito quello scempio come il momento più nero della storia dell’umanità, “una pagina sconvolgente da cui non si dovrebbe togliere mai il segnalibro”, perché solo ricostruendo con onestà e costanza quei fatti potremo combattere altre forme di razzismo, discriminazione e prevaricazione socioculturale, politica e religiosa per un futuro di pace e libertà. Occorre dare voce, valore e dignità alle vittime, ai sopravvissuti, a tutti coloro i quali ebbero la sfortuna di restare incastrati in quel meccanismo di odio, ferocia e violenza. Istituzioni, Enti, Scuola, Chiesa e Famiglie in una sinergia indispensabile e costruttiva devono collaborare per mettere in guardia le nuove generazioni dall’ondata di ritorno di possibili pensieri criminali che con metodologie diverse potrebbero colpire ancora l’Europa e il mondo. Già gli antichi Latini e poi filosofi moderni come Erasmo da Rotterdam, Hobbes e Bacone avevano scoperto l’efferata veridicità dell’espressione “homo homini lupus”. Nell’uomo infatti è innato l’istinto di sopraffare i propri simili, proprio come un lupo che per sopravvivere sbrana i più deboli. Ma questo concetto non può certo giustificare la malvagità fine a sé stessa, il cui unico scopo è schiacciare tutto ciò che è diverso dai propri canoni in quanto potenziale minaccia. Dobbiamo imparare a considerare l’altro non un nemico, un ostacolo o un pericolo ma una risorsa, un alleato, un compagno di viaggio, un supporto e uno strumento di salvezza. Il motto latino “mors tua vita mea” sintetizza bene ciò di cui è capace l’egoismo umano pur di raggiungere i suoi obiettivi, calpestando diritti, doveri, leggi, regole; dimenticando il buonsenso, la tolleranza, il confronto, il dialogo. L’altro invece va accolto, abbracciato e ascoltato in un incontro che sia uno scambio e non uno scontro. Se sapremo prenderci per mano e guardarci negli occhi, riconoscendo noi stessi nei volti, nei corpi, negli animi e nelle menti altrui, allora sì che potremo crescere e camminare verso un futuro migliore perché “l’uomo è una cosa sacra per l’uomo” (Seneca).

Nunzia Piccinni

Autore: AIDA

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