Associazione Interculturale Donne Assieme

Brano premiato al C. Letterario 2017

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Cerchi di tenerla d’occhio

Il telefono squillò sul comodino e il suono le arrivò dritto al cuore.

   Il cordless, che ormai metteva in carica di giorno e teneva vicino la notte, le notti.

 Le notti in cui sua figlia tornava all’alba o non tornava affatto e il suo cellulare “potrebbe essere spento o non raggiungibile”. Appunto. Non raggiungibile come era, in effetti, sua figlia e non solo al cellulare. Non raggiungibile era l’esatta espressione del suo sguardo spento e opaco, di rabbia trattenuta, anzi di cieco furore.

   Disse “Pronto” con una voce sveglia e urgente come a dire: – Ditemi, lo so, sono qua, dov’è? Dove devo venire? –

   Era al commissariato di polizia, bisognava andare a prenderla subito, era minorenne, molto minorenne, quindici anni, figuriamoci…ma come si fa a lasciarli star fuori di notte così, senza controllo? Era vero. Lei non aveva più nessun controllo su sua figlia, non solo sulle sue notti ma anche sui suoi giorni e soprattutto sulla sua testa, sui suoi pensieri… come era potuto succedere?

   In un giorno d’estate (quale estate? Due, tre anni fa?) voleva solo essere guardata mentre si tuffava dal trampolino dello stabilimento balneare che frequentavano da sempre: guardami mamma, guardami, TI HO VISTO CHE NON MI STAVI GUARDANDO! E l’estate dopo già le aveva detto così tante volte “Non rompermi il cazzo” da riuscire a farlo anche con l’aria annoiata.   E adesso bisognava andarla a prendere in commissariato, anche se “la ragazza sta bene”, l’hanno solo trattenuta “per un controllo”.

 

  Si accese una sigaretta. Non aveva mai fumato in camera da letto, mai.

   Fumare in camera da letto significava avere passato il confine, aver abbandonato ogni resistenza per lasciarsi cadere giù, a peso morto.

   Il telefono squillò di nuovo e lei restò un attimo a fissarlo: e adesso cosa? Cosa ancora?

– Sono la mamma di Luna, buonasera, le ragazze sono insieme, lo sa, mi hanno passato Luna solo un attimo – (Luna? Sì, un nome che ricordava, improvvisamente le balenò l’immagine di una ragazzina con un viso rotondo, un caschetto di capelli neri, un piercing al sopracciglio e un rossetto troppo scuro…sì, Luna).

 – Senti, ti do del tu che dici? In questa situazione… (una risata squillante così grottesca in …questa situazione, appunto).

 – Non so mica perché le tengono lì, Luna mi ha detto che erano pulite (PULITE? Mio dio, cos’era quel gergo da telefilm poliziesco? Pulite? Due bambine di quindici anni?).

 – Pulite, ti dico. Dovrebbero riaccompagnarcele a casa e con tante scuse anche, altroché, ma senti, senti? –

– Sì – Riuscì solo a sibilare. Si alzò per cercare un portacenere ma dovette risedersi sul letto, le gambe non la reggevano.

– Sì – Ripeté di nuovo.

– Allora, senti, scusa, io sono qui in casa di riposo, sono sola in turno e non posso muovermi. Cioè, in teoria non se ne accorgerebbe nessuno…solo per un’ora magari, le vecchiette del mio piano dormono tutte ma se viene fuori…non voglio casini. Non è un gran lavoro ma…senti? Senti? Sono quasi le cinque adesso e io alle sette stacco. Potresti andare lì tu, intanto? Magari puoi firmare tu per tutt’e due e le porti da te e io vengo a prenderla alle sette e mezza.  Anzi, no, ora che ci penso, Luna non te la danno di sicuro e lasciarla lì da sola…senti, dai, aspettatemi tutte lì in questura, ti è un problema? Dio, che notte di merda, scusa, eh? –

– Va bene, sì, ci vediamo lì –

– Oh, ti ringrazio proprio, eh? Ma senti, senti? –

– Sento- sospirò cercando con lo sguardo un qualunque oggetto che potesse fungere da portacenere.

– Comunque con le stronzette la mettiamo giù dura, eh?

– Sì, sì, ciao -.

In bagno si guardò allo specchio, la faccia stralunata e i capelli per aria. Si lavò il viso, e iniziò la routine del mattino, trucco compreso (come ci si presenta alle cinque del mattino a ritirare la propria figlia “pulita” in questura?).

 Rinunciò al trucco e comincio a spazzolarsi meccanicamente i capelli. Di nuovo, le gambe vacillarono e dovette sedersi sul bordo della vasca. Sul fondo candido, ghirigori neri, i capelli di sua figlia (“Pulisci la vasca che fa schifo!” “Tanto fa tutto schifo in questa casa, no?” “Cosa ti costa sciacquarla almeno col telefono della doccia? CRISTO!!!).

Sbatté gli occhi e le riapparve in un lampo la stessa vasca (quanti anni prima cinque? Sei?): piccoli cavallini con le criniere colorate piene di schiuma; file di Barbie sedute ordinate e composte sul bordo contro al muro, i capelli biondi irti e stopposi, la voce cristallina della sua bambina (“Mammaaaa posso mettere il balsamo al mio pony?).

Fece scorrere l’acqua a lungo e, senza accorgersene, cominciò a piangere piano. Piangeva, sciacquava e tirava su col naso, il rumore dell’acqua si fondeva con i suoi singhiozzi e i capelli neri danzavano intorno al buco dello scarico.

Si preparò una tazza di caffè solubile e guardò fuori dalla finestra. Ancora buio.

Al commissariato le dissero di attendere, un ragazzo giovane con una faccia priva di espressione.

Le sei e un quarto. Le parve di sentire la voce di sua figlia oltre la porta, rizzò le orecchie e si avvicinò furtiva. Silenzio.

Aveva freddo e un bisogno pazzesco di caffè. Pensò di uscire a fumare ma se l’avessero chiamata proprio mentre era fuori?

   Alle sei e tre quarti entrò trafelata la mamma di Luna. Si individuarono subito.

– Eccomi qua! Sono riuscita a sganciarmi prima… –

Si accomodò sulla sedia di plastica in fianco a lei con un sorriso sbarazzino, come un’amica che arriva in ritardo all’appuntamento per l’aperitivo.

 – Le iene? –

   Per un attimo non capì se si riferisse alle loro figlie o ai poliziotti. Si sentiva intontita, fuori posto, senza parole.

 – Ah, se ti fanno disperare! (il tono ero lo stesso delle mamme quando parlano dei primi dentini che spuntano…).

 – Sì, davvero. Ma…tu sai…pensi che usino…sostanze? –

 – Oddio…di canne se ne fanno di sicuro!”. Rise gettandosi i capelli indietro. Aveva un bel viso ma un’espressione dura, le labbra sottili. Gli occhi, però, le parvero buoni, amichevoli.

– Ma da quant’è che aspetti? –

– Non so, da più di un’ora, direi –

– Ma come? – Si alzò di scatto e si diresse decisa verso una qualunque delle porte chiuse lungo il corridoio. Bussò.

   Lei non ne sarebbe stata capace, avrebbe aspettato un’altra ora prima di farsi avanti. Ma perché era sempre così insicura?).

Sparì dentro alla porta, uscì con un agente e insieme percorsero tutto il corridoio.

Ed eccole, Luna e sua madre, venirle incontro con l’aria concitata.

– Che bastardi…che stronzi…sbirri di merda! Luna gesticolava.

– Sshh! cretina, vuoi farti arrestare adesso? Muoviti, cammina!

   Si alzò dalla sedia.  “Giorno…” Luna la salutò con gli occhi bassi. Masticava gomma con la bocca aperta, come faceva sempre sua figlia e le venne voglia di prenderla a sberle.

– Ora vai tu a firmare in fondo al corridoio. Ti aspettiamo fuori e…ma non ci siamo neanche presentate! Io sono Katia.” Le strinse la mano.

 – Angela -, mormorò piano, la mano debole e fredda dentro quella calda e forte di Katia. 

   Nella stanza sua figlia era in piedi e si girò a guardarla.

– Aspettami fuori – le disse.

   Il poliziotto le ripeté la storia del controllo e di “giri” di persone da cui era meglio stare lontani.

 – Cerchi di tenerla d’occhio -. Non disse altro ma le sorrise comprensivo: aveva capito tutto. Forse anche molte più cose di lei.

   – Grazie – Si senti improvvisamente meglio. – Grazie davvero-.

   Sua figlia era pallida, sembrava più provata della sua amica.  – Che stronzi…- biascicò piano, senza convinzione. Lei non disse niente.

   Erano lì tutte e quattro fuori e non riuscivano a dirsi niente ma nemmeno a separarsi.

   Il sole illuminò improvvisamente la strada mentre un camion dell’immondizia si fermò sferragliando a pochi metri da loro.

Sul marciapiede di fronte c’era un bar e il cameriere stava pulendo con uno straccio i tavolini fuori.

– Non so voi, ma se non bevo subito un caffè vado fuori di testa-. La mamma di Luna allungò svelta il passo, attraversò la strada e, inaspettatamente, prese posto a un tavolino. Le ragazze si buttarono scomposte sulle sedie, le borse buttate a terra, tra le gambe.

   Il cameriere si stava avvicinando sorpreso, era un po’ presto per il servizio fuori. Si fermò a guardarle perplesso.

– Per me un cappuccino bollente per favore – disse la mamma di Luna – Sono morta – sospirò guardando dritta davanti a sé.

Lei osservò sua figlia. Il rimmel le era colato sotto agli occhi e continuava a mordicchiarsi il labbro inferiore. Improvvisamente sbarrò gli occhi, li richiuse e li aprì di nuovo. Le sorrise timidamente.

Allora anche lei chiuse gli occhi, esausta e svuotata mentre la tensione allentava la morsa.

E in quel momento sentì limpida e ridente la voce di sua figlia, la sua vera voce, la sua voce di prima: Mamma, per favore, posso prendere un krapfen?

Roberta Zoldan

Autore: AIDA

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