Associazione Interculturale Donne Assieme

Concorso Letterario 2016 – XIV edizione

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Prosegue la pubblicazione degli elaborati premiati con la prosa scritta a quattro mani da Donatella Iseppi e Giuliana Pezzetta, che si è aggiudicata il 1° premio per la sezione A – Gruppo 2.

Una pausa

L’umidità di primavera è un tradimento, una promessa venuta meno. Restare in casa fino a quando un raggio di sole interrompa il grigiore del cielo e ripristini i diritti della bella stagione, questo vorrebbe Susanna. Ma in casa non è rimasto niente da mangiare, il frigo deserto come la superficie azzurrina di un iceberg. E, alle sei, inesorabile, l’assistente sociale si presenterà sulla porta con i bambini. Con un sorriso finto ed un’allegria ipocrita controllerà che ci sia una cena decente in preparazione. E spierà il viso e le mani di Susanna, per accertarsi che sia sobria. Intollerabile l’intromissione dei servizi sociali nella vita privata di una famiglia normale! In fondo, Roger ha un buon lavoro e, se la casa è finita all’asta, è stato per ingenuità: si è fidato di amici che prima ti prestano soldi come se non ne avessero bisogno per i prossimi dieci anni e poi li pretendono indietro da un giorno all’altro. Persi gli amici e persa la casa.

Susanna entra nel bar dietro l’angolo. Ha bisogno di bere qualcosa prima di affrontare il supermercato. Iersera c’era ancora una lattina di birra nel frigo, ma Roger deve averla bevuta durante la notte. Ormai non si litiga più per soldi, ma per una lattina di birra. Quando il padre di Susanna ha tagliato il suo contributo mensile, Roger si è arrabbiato, lo ha accusato di essere tirchio, di non avere a cuore il futuro della sua unica figlia e dei due nipoti. Se Susanna non è più in grado di lavorare, è per colpa sua, che le ha trovato un ottimo impiego, sì, ma troppo stressante. Per questo Susanna ha iniziato a bere. Susanna pensa che forse Roger l’ha sposata per sistemarsi: una moglie con un lavoro ben pagato ed un suocero benestante, anche generoso, fino a quando non si è scontrato con l’irresponsabilità di Roger e di Susanna, che continuano a spendere sconsideratamente i soldi che non hanno, che la sera lasciano i bambini da soli e loro dentro e fuori da pub e bar. E tornano a casa ubriachi. Al mattino Sara e Lorenzo si preparano da soli per andare a scuola e spesso non hanno neppure una tazza di latte per colazione. Ecco, pensa Susanna, arrampicandosi su uno degli alti sgabelli allineati davanti al bancone vecchio stile, un misto di legno semilucido e di ottone divenuto ormai semiopaco, per i soldi non litighiamo più, per le avventure di una notte neppure. Tanto, non cambia nulla. Neanche i figli costituiscono più motivo di discussione: sono diventati competenza delle assistenti sociali. Ma chi si è sognato di farle intervenire? Gli insegnanti, che si sentono i depositari della verità assoluta, che giudicano anche ciò che non sanno, che danno credito a tutto quello che i bambini raccontano. Il barista mette davanti a Susanna la tazzina di caffè. Lei resta un attimo indecisa, poi chiede: “Anche un doppio whisky.”  Guai se si dovessero scoraggiare o rimproverare i clienti che di prima mattina ordinano dei superalcolici. Si sente a disagio, ma non si vergogna. Per i primi anni ha bevuto chiusa in casa, di nascosto, facendo sparire le bottiglie. Poi si è chiesta: perché fingere? Fingere con Roger, che beve più di lei? Così sono diventati complici e l’alcol costituisce un legame più forte del matrimonio. Susanna guarda la sua immagine nello specchio che fa da sfondo alle bottiglie. Uno strato di fondotinta nasconde le venuzze sulle guance, un correttore maldestramente distribuito tenta di attenuare le occhiaie. E, accanto alla sua immagine, scopre quella della donna seduta sullo sgabello vicino al suo: Chiara, sua compagna di squadra all’epoca della pallavolo. Si salutano. Susanna, la parola resa facile dal whisky, inizia un racconto frammentario, confuso: carriera, villa progettata da un noto architetto, automobili ultima serie. E poi? Si è sgretolato tutto, come se un esercito di termiti avesse corroso la sua vita dalle fondamenta. “Ancora un whisky”, ordina.  Chiara la guarda con interesse, ma è come se non l’ascoltasse. “La psicologa dice che dovrei riprendere i rapporti con mia madre, specie adesso che è invalida. Lei, che mi ha sempre odiata, che non mi è stata vicina nemmeno quando sono nati i bambini… Dovrei farle da serva, no, non ne voglio sapere….” Lo specchio riflette le sue labbra tremolanti ed i suoi occhi lucidi. Riflette il suo dolore, la sua autocommiserazione, le colpe che non ammetterà mai.

La sveglia suona, insistente. Ha dimenticato di toglierla, quando Paolo le aveva comunicato di avere un impegno che impediva la puntata all’Ikea in progetto. Ne era seguita una discussione feroce per una cosa di poca importanza. Decide di alzarsi e farsi un caffè. La casa è silenziosa, la cucina è in ordine, nonostante la sera prima lei si sia rifiutata di spostare anche un solo piatto o di riporre in frigo gli avanzi della cena preparata con inutile cura. Vede subito la sottile striscia di carta appoggiata alla zuccheriera. “Mi prendo una pausa”. Quattro semplici parole per un messaggio impersonale. Cos’è una pausa? Si chiede, rigirando il foglietto tra le mani. Un periodo in cui speranza e disperazione si sarebbero rincorse in un’alternanza infinita. Un periodo in cui si sarebbe posta interrogativi destinati a non avere risposta.

Una pausa. Dove? Con chi? – si chiede con lucidità, mentre le tornano alla mente i piccoli, puerili pretesti addotti da Paolo per giustificare le sue assenze. È per amore che ha accettato di autoingannarsi così? Forse no. Forse era l’abitudine, il continuare su una strada nota che le consentiva di non porsi troppe domande. 

Posa il foglietto sul tavolo, soppesando ancora una volta le parole di Paolo. Lo sente già infinitamente lontano. È come se, alla stazione, guardasse allontanarsi il treno che si porta via il suo futuro. Ma che futuro può esserci in un rapporto scontato, quasi rassegnato, come il loro? Quale pausa può prendersi in una vita che è tutta un’attesa di qualcosa che, lo capisce ora con chiarezza, non avverrà mai? Niente grande amore, niente figli, niente carriera. Niente.

Decide di uscire. Inutile starsene lì ad ascoltare il silenzio. Apre l’armadio e scopre che molte grucce sono vuote. Abbassando lo sguardo trova la conferma di quanto ha già intuito, manca il borsone di Paolo. C’è un che di definitivo in un armadio mezzo vuoto. Si siede sul bordo del letto mentre incredulità, rabbia, consapevolezza, si susseguono nella sua mente, mentre il corpo le suggerisce di reagire, far qualcosa per uscire dal vicolo cieco che le sembra di aver improvvisamente imboccato. Non è una pausa, allora. È qualcosa di diverso, di già deciso. Si chiede stancamente quale presunzione l’abbia convinta che la sua vita, per quanto opaca, era tracciata. Va in salotto, reso quasi inospitale dall’ordine che vi regna. Si versa due dita di cognac e lo beve d’un fiato. Cognac alle otto del mattino, constata, dando una dimensione precisa al suo disagio, al suo stato d’animo. I brividi che l’hanno scossa fino a poco prima si calmano, così decide di berne ancora un po’.

Un bar. Dove bere ancora qualcosa di forte. Entra e viene investita dal vivace chiacchierio dei clienti, così pensa che passerà inosservata quando, al banco, chiederà un caffè corretto. Almeno fosse inverno, pensa, il freddo giustificherebbe il liquore. Ma il freddo viene da dentro e lei sa che il suo inverno sarà molto lungo.

Un posto si libera al bancone e Chiara si insinua fra i clienti che commentano la partita del giorno prima. Gente normale, discorsi normali. Sente un tocco sul braccio, si volta. È Susanna, quella Susanna di cui si chiacchiera in giro, invecchiata, diversa, spenta. Che, però, la saluta con insolita vivacità e le parla di un appartamento, di macchine… Chiara fatica a seguire il discorso mentre il barista le chiede che cosa desideri e lei ordina un banale cappuccino, forse in reazione all’odore di wisky che viene dal bicchiere posto davanti a Susanna o, forse, perché, improvvisamente, prova vergogna di se stessa, della bottiglia acquistata poco prima che emerge, accusatoria, dalla borsa della spesa.

Il dialogo con Susanna continua banale, finto. – È come se mi guardassi nello specchio del mio futuro – pensa Chiara. “Devo andare”, dice, interrompendo brusca le parole di Susanna. Non le importa di apparire maleducata. Esce in fretta dal bar e si dirige verso il cassonetto più vicino. Senza esitazione vi lascia scivolare la bottiglia e il rumore che questa fa cadendo segna il passaggio verso un futuro difficile, in salita, ma tutto suo.

 

 

 

Autore: AIDA

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