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L’ ARMONIA DEI COLORI

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Di seguito pubblichiamo l’elaborato della giovane Nina Gigante, menzionato dalla giuria nella XIV edizione del nostro Concorso Letterario.

VIOLA
Quando avevo fatto domanda di lavoro all’ospedale della mia città, non mi aspettavo di essere convocato di lì a tre giorni dopo e di sicuro non mi aspettavo che mi affidassero un lavoro del genere. Il primario della struttura mi aveva spedito una lettera d’assunzione in cui mi diceva di presentarmi quel giorno alle 9.00.
Arrivai all’ospedale in anticipo e scesi dalla macchina sbattendo la portiera, forse anche un po’ troppo forte, pensai fra me e me, mentre mi dirigevo verso la struttura.
Entrai nell’atrio e mi diressi verso la receptionist.
<<Buongiorno>> le dissi <<Oggi è il mio primo giorno di lavoro, mi chiamo Mattia Paoletti>>
La ragazza cercò il mio nome al computer per poi dirmi che dovevo dirigermi verso la stanza 102, che stava nel primo corridoio a destra. La ringraziai e mi diressi verso la stanza.
Davanti alla porta vidi un infermiere, al quale mi presentai, dicendo anche a lui che era il mio primo giorno di lavoro.
Il ragazzo mi spiegò quello che in realtà già sapevo, ovvero che dovevo fare compagnia per un’ora tutti i giorni ad una ragazza cieca dalla nascita. Aggiunse anche che dovevo essere gentile con lei, dato che a volte era a disagio con gli estranei. Poi senza indugiare oltre l’infermiere spalancò la porta.
<<Giada, questo è il ragazzo che è venuto a farti compagnia>> disse alla ragazza che era seduta sul letto.
<<Oh…>> rispose lei <<fallo pure entrare>>
L’infermiere mi salutò con un cenno della mano, prima di chiudere la porta dietro di me.
<<Beh, non stare lì impalato>> disse lei, con un mezzo sorriso.
A disagio, adocchiai una sedia all’angolo della stanza che trascinai fino ai piedi del letto di Giada.
Mi sedetti e mi presi un attimo per osservarla meglio: aveva dei lunghi capelli neri, e la pelle chiara, con una spruzzata di efelidi sul naso. Ma furono gli occhi a sorprendermi: me li aspettavo vacui, spenti, invece erano di un verde acceso, vivo.

Mi riscossi, non mi sembrava educato starla a fissare per un’ora intera.
<<Allora Giada, poiché sono qui per tenerti compagnia, di cosa vorresti parlare?>>
<<Mah non lo so, deve essere un argomento preciso?>>
<<Possiamo parlare di ciò che preferisci, magari chiedimi qualcosa che ti incuriosisce particolarmente.>>
La ragazza sembrò pensarci su per un attimo e poi tutto ad un tratto si illuminò.
<<Parlami dei colori>>
Restai un attimo sconcertato .
<<Dei colori?>> ripetei, per essere sicuro di aver capito bene.
<<Sì, dei colori! Quando ho provato a chiederlo a qualcun altro, tutti hanno iniziato a spiegarmi cose noiosissime sulla luce che filtra, le pigmentazioni e altre cose complicate di cui non ricordo il nome>>
<<Va bene>> acconsentii <<Ti parlerò dei colori. Di quale vorresti sapere in particolare?>>
<<Il viola>> lo disse con voce quasi sognante e si accomodò meglio sul letto preparandosi ad ascoltare.
<<Allora, il viola è decisamente un colore forte. È il colore dei fiori che sbocciano in primavera, è il colore dell’uva. È il colore delle more, è il colore dei reali, credo, ed è il colore del tramonto prima che il sole sparisca definitivamente.>> conclusi con un sorriso la mia patetica spiegazione.
<<Wow, non avevo mai pensato che una persona potesse descrivere i colori con tutta questa semplicità. Grazie mille>> Giada sembrava entusiasta eppure non avevo fatto nulla di speciale.
<<Senti Mattia, ma quanti anni hai?>>
<<Venti, e tu?>>
<<Io ne ho sedici e vivo in questo ospedale praticamente da quando sono nata, però mia madre viene a farmi visita quasi tutti i giorni>> fece una pausa <<ho pensato di dirtelo, dato che tu sicuramente sei troppo educato per chiedermelo>>
Arrossii e sorrisi imbarazzato, ci aveva centrato in pieno. Un attimo dopo realizzai quello che mi aveva detto.
<<Intendi dire che non sei mai uscita? Mai?>>  Non potei fare a meno di domandare.
<<Sì>> mi rispose con un sospiro sconsolato.
<<Ti prometto che un giorno ti farò uscire, non puoi rimanere segregata qui a vita>>
Parlammo ancora per un po’ e venni a sapere che dopo una settimana avrebbe dovuto compiere un’operazione molto rischiosa che però, se fosse  riuscita, le avrebbe permesso di vedere.
<<Per questo ti ho chiesto di descrivermi i colori, voglio che siano la prima cosa che vedrò appena sarò guarita>> aggiunse lei.
Il tempo passò in fretta fra  chiacchiere, risate battute e sorrisi dolci.  Discutemmo su quale fosse il gusto di gelato migliore. Giada insisteva sulla menta, mentre io parteggiavo per il cioccolato.Ad un tratto qualcuno bussò alla porta, interrompendoci. L’infermiere che avevo incontrato prima entrò nella stanza.
<<È scaduta l’ora, mi dispiace>>
Dovemmo salutarci, ma io le promisi che l’indomani sarei tornato a trovarla e le avrei descritto un nuovo colore.
Tornato a casa pensai che Giada era più simpatica di quanto mi aspettassi.

ARANCIONE
 
<<Cucù>>dissi, affacciandomi alla porta della stanza di Giada.
Lei che aveva il viso rivolto alla finestra si girò cercando di capire da dove provenisse la mia voce.
<<Mattia?>>
Annuii per poi ricordarmi che non poteva vedermi.
<<Si, ciao sono io>> mi affrettai a rispondere.
<<Sai>> disse lei <<ieri sera ho pensato ad un soprannome da darti>>
<<Ah si? E quale?>>
<<Non te lo dico>> disse lei mettendo su una faccia buffissima ma adorabile.<<E  dai>> la pregai.
Lei in risposta mi fece una linguaccia.
Sbuffai trattenendo un sorriso.
<<Di che colore vuoi che ti parli oggi?>>
Sembrò pensarci un attimo.
<<L’arancione>>
Mi sistemai meglio sulla sedia prima di iniziare a parlare.
<<Allora, l’arancione è un colore acceso, vivace. Ricorda il fuoco e la famiglia. Ricorda anche la sensazione di un abbraccio. Se l’arancione fosse una persona sarebbe sicuramente l’amico stupido che fa ridere tutti alle feste. È anche il colore del tramonto quando c’è bel tempo>>
<<Mmmmh, sei stato bravo, mi è piaciuta soprattutto la parte dell’abbraccio>> commentò la ragazza arrossendo lievemente.
Ero indeciso sul da farsi, però poi mi avvicinai a lei, cingendole le spalle esili con le mie braccia. Lei sussultò leggermente al contatto inaspettato per poi rilassarsi contro il mio petto. Dopo un po’ si staccò e la vidi cercare a tentoni qualcosa sotto il letto. Ne tirò fuori un aggeggio argentato.
<<In caso te lo stessi chiedendo, questo è il mio telefono>> mi spiegò <<dammi il tuo numero, così poi possiamo tenerci in contatto>>.
Io ben felice, mi affrettai a digitare il numero.
Ma, come sempre, arrivò l’infermiere e fui costretto ad andarmene.
 
La sera, a letto, ricevetti un messaggio.
 “Buonanotte Mattia <3”
Mi addormentai con un sorriso.
VERDE
<<Matty!>>
Fu così che Giada mi accolse quel giorno appena entrai nella stanza d’ospedale.
<<Ah, finalmente ti sei decisa a rivelarmi il soprannome, eh?!>> le dissi, divertito. Lei scoppiò in una risata cristallina che, giuro, avrei voluto registrare e impostare come suoneria del cellulare. <<Oggi ho pensato ad una cosa>> mi comunicò la ragazza <<ho deciso che mi descriverai il verde, però a condizione che ti sdrai nel letto qui con me>> <<Va bene>> acconsentii.
<<Il verde è un colore rilassante, acceso e ricorda la primavera. È il colore del prato appena tagliato e del gelato al pistacchio. È il colore della collina sulla quale mi siedo a fissare il cielo quando voglio stare solo, è anche il mio colore preferito ed è il colore dei tuoi occhi>>
Senza che me ne fossi accorto avevo iniziato a giocare con una ciocca dei capelli di Giada, mentre lei aveva appoggiato la testa sulla mia spalla. <<Sai>> disse lei <<sei davvero bravo>> La ringraziai facendo un sorriso imbarazzato. <<Una cosa che mi rattrista è che non ti posso vedere. Ma sono sicura che sei bello. Mi fai venire in mente una cosa che avevo letto: le cose migliori e più belle del mondo non possono essere viste e nemmeno toccate. Bisogna sentirle con il cuore>>
Arrossii come un’adolescente alla prima cotta.
<<Ti giuro che appena sarai guarita ti farò uscire con me e andremo alla mia collina>>
<<Come un vero appuntamento?>>
Le risposi di sì e cominciai a tracciare con il dito le vene che si vedevano affiorare sul dorso della sua mano. 
Poi come sempre arrivò l’ora di andarsene e mentre mettevo in moto l’auto non potei fare a meno di pensare a quello che avevo detto a Giada, ovvero che il verde era il mio colore preferito. Sì,  non era una bugia: lo era da quando avevo visto i suoi bellissimi occhi per la prima volta.
ROSA
<<Parlami del rosa>>
 Mi assalì Giada quando non ero nemmeno entrato nella stanza.
<<Il rosa?>> non potei fare a meno di trattenere un risolino.
Lei si girò nella mia direzione mettendo su un broncio da finta arrabbiata.
<<Sì, c’è qualche problema?>>
<<No no, figurati>>
Mi avvicinai al letto e mi stesi lì vicino come il giorno prima, sperando che non le desse fastidio.
Mi schiarii la gola prima di iniziare.
<<Dunque il rosa viene considerato un colore prettamente femminile, anche se non sono del tutto d’accordo, odio le etichette, ma tralasciamo questo punto. Il rosa è il colore dei fenicotteri e del rossetto, penso, è anche il colore di quelle schifosissime gomme alla fragola che ai bambini piace tanto masticare. Uuh, ed è anche il colore delle labbra >>.
Giada all’improvviso mi interruppe.
<<Puoi baciarmi?>> mi chiese per poi arrossire subito dopo.
<<B-baciarti?>> chiesi sconcertato.
<<Non importa se non vuoi, è che penso che le tue labbra debbano essere morbidissime>> si affrettò a spiegare.
<<Sarebbe un vero onore per me>> le dissi, per poi avvicinare il mio viso al suo.
Ci baciammo e, giuro, in vent’anni di vita non mi era mai capitato di provare una sensazione così strana, magica. Volevo che non finisse più, ma ovviamente entrò l’infermiere.
<<Uh, forse è meglio che vada>> dissi leggermente imbarazzato.
<<Oh, mi sono dimenticata di chiederti se ti piace il soprannome, Matty>>  
<<Lo amo>>
Lei mi rivolse un sorriso radioso.
Tornai a casa e questa volta non potei fare a meno di mandarle un messaggio.
“Beati coloro che si baceranno sempre aldilà delle labbra, varcando il confine del piacere, per cibarsi dei sogni”
Lei mi rispose un attimo dopo:
“Alda Merini? È la mia poetessa preferita, come fai a saperlo?”
Ridacchiando inviai un altro messaggio:
“Segreto ;)”
ROSSO
Il giorno dopo mi recai in ospedale, stranamente in anticipo.
Entrai nella stanza e trovai Giada seduta a gambe incrociate sul letto.
<<Com’è >> le chiesi <<oggi non mi assali con nessuna domanda?>>
<<Sono contenta che tu sia qui, Matty>>
Le sorrisi dolcemente.
<<Anche io sono contento di essere qui>>
<<Mmmh.. allora parlami del…>> la interruppi prima che potesse continuare
<<A dire il vero, se permetti, oggi ho io un colore da proporti>>
La ragazza annuii con entusiasmo, invitandomi a continuare.
<<Oggi ti parlerò del…>> feci una pausa ad effetto <<rosso!>>
Mi sedetti vicino a lei e le diedi un bacio sulla guancia prima di iniziare.
<<Allora, il rosso è un colore arrabbiato, deciso. È il colore dei pomodori, della pizza e delle mele. Il rosso è un colore popolare. Se fosse una persona, questa avrebbe sicuramente un carattere irritabile e da leader. Il rosso è un colore che comanda. Però può essere anche dolce, infatti è il colore dell’amore e dei cuori, suppongo, come il mio e il tuo. È il colore della felicità, è un qualcosa che ti fa innamorare anche quando non dovresti.>>
Giada restò in silenzio e io per un attimo ebbi paura, forse non avevo fatto bene a dichiararmi… il filo dei miei pensieri fu interrotto proprio dalla ragazza che li aveva causati, che si avvicinò a me e mi baciò dolcemente, togliendomi ogni dubbio.
BLU
<<Blu!>>
<<Ciao anche a te Giada>> dissi divertito <<oggi siamo di poche parole mmh?>>
Lei scoppiò nella risata che tanto amavo.
<<Vieni qui vicino a me>> disse.
Non me lo feci ripetere due  volte e prima di iniziare le presi la mano nella mia. Era piccola e calda.
<<Il blu è un colore bellissimo. È il colore dell’oceano, dei mirtilli e dei miei occhi. È un colore calmo, gentile e mai rumoroso. È rilassato e freddo, tutto ciò che è bello è blu. È il colore del cielo. Il blu è…libero>>
<<Sai…>> bisbigliò Giada<<potrebbe essere il mio  colore preferito…>>
Le promisi che un giorno l’avrei portata al mare, le avrei insegnato a nuotare e avremmo potuto fare un falò sulla spiaggia passando tutta la notte assieme.
Ne fu entusiasta. Passammo il resto del tempo a baciarci e a parlare delle nostre rispettive vite. Scoprii alcune cose che non sapevo: Giada aveva una sorella più grande che si chiamava Lisa ed il suo sogno più grande era fare la pittrice, cosa che aveva intenzione di realizzare  non appena fosse guarita. Giada amava i colori ed io ero pazzo di lei.
GIALLO
Quel giorno, quando entrai nella stanza, mi aspettavo di essere accolto in tutti i modi possibili, ma non di certo da un:
<<Domani mi operano>>
<<Che cosa? Giada non sei felice? Solo due giorni e potrai vedere il mondo e tutto ciò che ti circonda>>
<<Sì, ma dovevo avvisarti del fatto che se l’operazione dovesse andare male io potrei…. Come dire… morire, ecco.>>
Rimasi scioccato, perché non mi aveva detto prima il rischio che poteva correre?
<<Senti, Giada, non dirlo e tantomeno non pensarlo. Vedrai che andrà bene. Deve andare bene>>
<<Solo,  ti posso chiedere un favore?>> mi chiese, torcendosi nervosamente le mani in grembo <<il tuo viso potrà essere la prima cosa che vedrò non appena mi sveglierò?>>
Rimasi meravigliato.
<<Veramente sono così importante per te?>>
<<Sì e ti giuro, lo so che ci conosciamo solo da 7 giorni e potrei sembrare affrettata ma…>> la interruppi
<<Ti dico una cosa>> iniziai <<voglio che resti viva per questo, ok? Io voglio passare il resto della mia vita con te, voglio vedere ogni alba e ogni tramonto in tua compagnia, voglio vedere i tuoi quadri, voglio che tu dipinga dei colori bellissimi e mai visti. Tu non sei un solo colore: sei come l’arcobaleno, e io lo voglio apprezzare in tutte le sue sfumature.>>
<<Ti amo>> le sussurrai all’orecchio.
<<Ti amo anche io>>
Ci baciammo e la sensazione che provai non fu niente di paragonabile a quella del nostro primo bacio.
Poi le descrissi uno degli ultimi colori che ci mancavano.
<<Il giallo è un colore acceso. È il colore di una risata, e di un sorriso. E il colore di un limone, del sole e dell’estate. Il giallo è positivo, il giallo è semplicemente allegria>>.
Mi interruppi vedendo una lacrima rotolare giù dalla guancia di Giada, per poi scomparire nei suoi capelli scuri .
La abbracciai, e le sussurrai parole dolci e rassicuranti per calmarla.
Le dissi che sarebbe andato tutto bene. Che era bellissima e che l’amavo. Lei alla fine si addormentò sulla mia spalla. Restai a guadarla dormire per alcune ore e alla fine mi decisi a tornare a casa. Quella notte la passai insonne.
GRIGIO
Il giorno dopo ero indeciso se fosse più forte la preoccupazione per Giada o l’amore che provavo nei suoi confronti. Riuscii a vederla di sfuggita prima che entrasse in sala operatoria, l’abbracciai e lei mi sussurrò all’orecchio “ci vediamo dopo” e mi lasciò un bacio all’angolo della bocca. Le ore passarono interminabili, mi mangiai tutte le unghie e bevvi almeno 10 litri di caffè. A quanto pare c’erano state delle complicazioni. Mi sembrava  di essere una molla, ero pronto a scattare da un momento all’altro. Alla fine vidi uscire un dottore. Aveva il viso triste. Non andava affatto bene.
<<Mi dispiace Mattia. Giada non ce l’ha fatta>>
No, no, no, non era possibile! Lei me l’aveva promesso, aveva detto “ci vediamo dopo”, con quel sorriso che, mio dio, non avrei ma più potuto vedere illuminarle il viso. Al diavolo il rosso, non era amore: era rabbia e perdita! Io senza di lei non ero niente, ero spento, grigio! Aveva sbagliato, io avevo sbagliato, non poteva, non doveva lasciarmi ! Che senso aveva vedere un mondo a colori se non potevo ammirarli insieme a lei?
NERO
Il funerale si tenne alcuni gironi dopo. Alcuni giorni in cui non avevo visto Giada, non le avevo parlato e non avevo visto il suo fantastico sorriso.
Il funerale è stato maledettamente bello, e triste;  la bara nera era ricoperta da milioni di fiori di tutti i colori, colori che Giada non aveva mai avuto l’occasione di vedere.
Mi si avvicinò la madre di Giada che negli ultimi giorni avevo conosciuto meglio e che mi aveva parlato molto della ragazza.
Mi cinse le spalle con un braccio.
<<Te la senti di fare un discorso? So che Giada lo avrebbe voluto>> io annuii e mi recai all’altare.
<<Allora premetto  che sono negato a fare discorsi, quindi perdonatemi in anticipo se ne verrà fuori una cosa schifosa. Quando accettai il lavoro, non mi aspettavo certamente una persona come Giada, non mi aspettavo sicuramente di innamorarmi e non mi aspettavo di perdere tutto questo in un battito di ciglia. Sono tante le cose che accadono nella vita, ma questo non vuol dire che siano giuste o che le persone le debbano accettare senza ribellarsi. Io ora so che Giada riposa in pace, ma vorrei dire un’ultima cosa: vorrei sfatare il mito, la cazzata, se mi permettete, che dopo la morte ci sia solo il buio, il nero.
Dopo la morte c’è un luogo pieno di colori e sono sicuro che lei sta passando lì i momenti migliori della sua vita. E vorrei citare una grande poetessa, Emily Dickinson: “Chi è amato non conosce morte, perché l’amore è immortalità, o meglio, è sostanza divina. Chi ama non conosce morte perché l’amore fa rinascere la vita nella divinità.”
Ti amo Giada, ti amerò finché tutti i colori del mondo non svaniranno>>
Il mio discorso ricevette un applauso che non mi aspettavo e che nemmeno sentii, infatti sollevai lo sguardo verso l’alto e non potei fare a meno di sorridere e piangere allo stesso tempo vendendo un arcobaleno, il più bello che avessi mai visto, stagliarsi sopra un cielo azzurrissimo.


 

Autore: AIDA

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